
La violazione delle norme per la sicurezza e la prevenzione degli infortuni sul luogo di lavoro causò la morte di Antonino Burgio, operaio 69enne di Raffadali, che il 24 luglio 2023 precipitò dall’altezza di cinque metri mentre lavorava alla realizzazione di una tomba di famiglia presso il cimitero comunale di Aragona. A nulla servirono i tentativi di rianimare l’uomo che spirò poco dopo l’arrivo degli operatori sanitari dell’elisoccorso. Al termine dell’udienza preliminare tenutasi questa mattina presso il tribunale di Agrigento, S.F., 56enne datore di lavoro e compaesano della vittima, ha patteggiato due anni di reclusione per omicidio colposo con la sospensione condizionale della pena.
Il gup, Iacopo Mazzullo, ha accolto, infatti, la richiesta di patteggiamento avanzata in seguito all’accordo tra il Pm ed il legale dell’imputato mentre G.L.P, progettista e direttore dei lavori, e A.G.G., committente dei lavori, hanno scelto il rito ordinario e sono in attesa che venga celebrata l’udienza preliminare. I familiari della vittima sono assistiti da Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato nella tutela dei familiari delle vittime di gravi infortuni sul lavoro e, tramite legali fiduciari, si sono costituiti parte civile nel procedimento penale.
Lo S.pre.s.a.l.- Servizio di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro – dell’Asp di Agrigento, nella sua relazione ha rilevato una lunga lista di inadempienze attribuibili a S.F., legale rappresentante della ditta SE.FE Costruzioni S.r.l.s., impresa esecutrice dei lavori, tra le quali spiccano: la mancata valutazione dei rischi e la mancata redazione del relativo documento, la non corretta vigilanza del cantiere, il non aver fornito all’operaio un adeguato addestramento e neppure idonei dispositivi di protezione individuale (DPI) – Antonino Burgio, infatti, non era imbragato né assicurato con corda. Il datore di lavoro, inoltre, non ha sottoposto il lavoratore a visita medica per accertare se le sue condizioni di salute fossero adeguate alle mansioni che era incaricato di svolgere e non lo ha informato né formato in materia di sicurezza. Infine, il cantiere era sprovvisto di P.O.S. ( Piano operativo di sicurezza) ed il ponteggio non era idoneo, sicuro, né correttamente istallato.
“Il pomeriggio in cui Antonino è precipitato c’erano 40 gradi ad Aragona. Al giorno d’oggi non si può più accettare che si lavori in queste condizioni e che si muoia sul lavoro in questo modo –commenta Diego Ferraro, responsabile Giesse per la Sicilia occidentale – attendiamo ora l’esito del procedimento ordinario riguardante gli altri due imputati.




